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< Giovedì, 21-Ott-2021 9:29 AM
  ARTICOLI ottobre 2021
 
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Un miliardo e 160 milioni, in
arrivo fondi per i piccoli comuni

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Ecco i 29 della provincia di Pesaro e Urbino
La CNA “E’ un’ottima notizia ma per il rilancio diamo ora lavoro alle imprese del territorio”

PESARO - Sono 29 i comuni della provincia di Pesaro e Urbino che potranno accedere al Piano nazionale per la riqualificazione dei piccoli comuni del Mims (il Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili). Un piano nato per rendere operativo il fondo da 160 milioni di euro destinato allo sviluppo economico, sociale e culturale dei centri sotto i 5.000 abitanti. A questi si aggiungeranno i fondi del Pnrr (1.02 miliardi di euro), destinati allo sviluppo economico dei piccoli borghi italiani.
E’ un’ottima notizia per la CNA di Pesaro e Urbino che sottolinea l’importanza di due provvedimenti: il primo da 160 ml. (Legge Realacci), il secondo previsto dal Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, che stanza fondi per i piccoli Comuni italiani.
“Da troppo tempo assistiamo inermi allo spopolamento di comuni e borghi – afferma Morano Bordoni, segretario della CNA di Pesaro e Urbino – tanti piccoli artigiani e commercianti che hanno chiuso le loro attività in questi anni e non solo per la pandemia; centri storici diventati deserti e aziende anche più strutturate che insistono coraggiosamente a fare impresa in quei territori ma che spesso non trovano mano d’opera e che vivono da sempre l’isolamento infrastrutturale dell’entroterra. L’intera geografia economica e sociale di questa provincia è stata stravolta in questi anni da un lento ma inesorabile fenomeno di spopolamento e l’arrivo di questi fondi può rappresentare una occasione di rinascita”.
“Sarà forse questa un’occasione irripetibile – dice il responsabile, Fausto Baldarelli – per realizzare interventi di ristrutturazione e/o manutenzione o adeguamento nel territorio; per la messa in sicurezza di strade e scuole; per la riqualificazione dei centri storici e tanti altri interventi. Una tipologia di appalti che potranno essere affidati alle piccole imprese del territorio. Per questo ci rivolgiamo ai Comuni affinché, nel rispetto delle leggi, si possano agevolare le imprese del territorio. Ma vediamo quali sono i comuni della provincia interessati: Acqualagna; Apecchio; Belforte all’Isauro; Borgo Pace; Cantiano; Carpegna; Fratte Rosa; Frontone; Frontino; Gradara; Isola del Piano; Lunano; Macerata Feltria; Mercatello sul Metauro; Mercatino Conca; Montegrimano Terme; Mombaroccio; Montecalvo; Montecerignone; Montecopiolo; Montefelcino; Monteporzio; Peglio; Pennabilli; Petriano; Pietrarubbia; Piobbico; San Costanzo.
Riqualificazione dei piccoli comuni: cosa prevede il piano nazionale
Il Piano nazionale per la riqualificazione dei piccoli comuni è nato per promuovere lo sviluppo demografico e la valorizzazione del patrimonio naturale-storico-culturale dei piccoli comuni con l’obiettivo di contrastare lo spopolamento e incentivare il turismo. I piccoli comuni – spiega la CNA - potranno avviare opere di manutenzione del territorio con priorità alla tutela dell’ambiente; la messa in sicurezza di strade e scuole; l’efficientamento energetico del patrimonio edilizio pubblico. Non solo. E’ previsto il sostegno per interventi per il recupero dei centri storici e per riconvertirli ad esempio in alberghi diffusi, opere di manutenzione del territorio e interventi in favore di cittadini residenti e attività produttive. I Comuni potranno anche acquisire case cantoniere e tratti di ferrovie dismesse da rendere disponibili per attività di protezione civile, volontariato, promozione dei prodotti tipici. Oltre a questo la legge prevede la diffusione della banda larga e la e la creazione di itinerari di mobilità e turismo dolce; la promozione delle produzioni agroalimentari a filiera corta.
“Facciamo in modo – concludono Bordoni e Baldarelli – che questa occasione non vada sprecata e che possano essere attivati progetti per il rilancio dei territori. Azioni che debbono vedere coinvolte direttamente le imprese locali”.


   
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AIDO in piazza
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Ogni anno, in Italia, si registrano circa 9.000 pazienti in attesa di trapianto, a fronte dei circa 4.000 che possono essere operati rispetto agli organi disponibili e ai rigorosissimi controlli medici effettuati.
Una situazione molto critica, dunque, appena mitigata dal fatto che il corpo di un donatore deceduto permette di espiantare fino a 7 organi diversi per aiutare altrettante persone, alcune delle quali spesso in grave pericolo di vita.
Sabato 24 e Domenica 25 settembre AIDO è tornato “in piazza”, a Pesaro, Fano, Acqualagna, Cagli, Montecchio e Montelabbate, per sensibilizzare “dal vivo” le persone sulla scelta volontaria di mettere a disposizione i propri organi, una volta cessata la vita, e dunque sull’importanza di un “Dono che Salva un’altra Vita”.
“E’ stato un appuntamento significativo – ha commentato Gabriele Riciputi, Presidente di AIDO Pesaro - perché segnava un ritorno alla “normalità operativa” a cui tutti aspiriamo da tempo. L’incontro con le persone ci ha permesso di rinnovare un dialogo che solo il Covid era riuscito ad interrompere. Negli ospedali i trapianti sono invece continuati, sia pure tra mille difficoltà di gestione, continuando a dare speranza a chi ne ha davvero molto bisogno”.
A Pesaro la postazione dell’AIDO ha trovato spazio sotto il loggiato della Prefettura, mentre nelle altre località è stata presente dove le Autorità locali e i Parroci hanno concesso lo spazio necessario: “Voglio davvero ringraziare tutti, dalla Prefettura ai Parroci, per la sensibilità dimostrata nei nostri confronti - commenta Riciputi -. Senza questa attenzione sarebbe tutto molto più difficile”.
”Un altro grande grazie va a tutte le persone che si sono fermate a parlare con noi – aggiunge Luca Pandolfi, vicepresidente regionale AIDO -, che ci hanno donato un attimo di attenzione, ci hanno ascoltato, hanno contribuito anche con un contributo economico al successo del nostro doppio evento.
Senza mai dimenticare, infine, tutti i volontari che hanno donato voglia, tempo, impegno, per ottenere un ottimo risultato”.
   
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Traumi della clavicola
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1. Che cos’è la clavicola?
La clavicola fa parte delle ossa lunghe del corpo umano ed è a forma di “S” e si articola trasversalmente tra il processo acromiale della scapola, formando l’articolazione acromion-clavicolare e lo sterno, formando l’articolazione sterno-clavicolare. Il suo nome deriva proprio dalla sua forma a piccola chiave musicale “clavicola”. Gli uomini presentano una maggiore lunghezza di quest’osso rispetto alle donne ed un’angolatura maggiore.
2. Perché si rompe ed in quanti modi?
Le fratture della clavicola, avvengono solitamente per trauma ad alta energia come cadute ed incidenti stradali. Si può rompere in diversi modi, sia dal punto di vista dei frammenti che delle sedi. Se immaginassimo di dividere la clavicola in tre parti, mediale, centrale e laterale, le fratture si possono raggruppare in queste tre sedi. Le fratture “centrali”, meglio dette del corpo della clavicola, sono quelle più frequenti in quanto la densità ossea è inferiore rispetto alla porzione mediale e laterale. Ci possono poi essere fratture a due, tre o più frammenti.
3. Come si risolve? Intervento chirurgico sempre?
La prima cosa da fare, quando si ha un trauma alla spalla, è recarsi in pronto soccorso per effettuare una radiografia. Se confermata la frattura, la scelta del trattamento può essere duplice. Conservativa o chirurgica. Questa valutazione deve essere fatta dallo specialista ortopedico che, in base al tipo, sede, numero e scomposizione de frammenti, può decidere per l’una o l’altra soluzione. Valutazione importante è anche l’attività che svolge il paziente e l’età.
La scelta conservativa, per molti ancora oggi, è il trattamento di scelta, in quanto la clavicola ha un’ottima capacità di guarigione con un’immobilizzazione adeguata, ed un minor rischio di complicanze di non guarigione. L’intervento chirurgico deve essere ben ponderato per quelle fratture altamente scomposte, con sovrapposizione dei frammenti ossei, che potrebbero forare la cute (vista la vicinanza tra osso e cute) e nei casi di un evidente accorciamento dell’arto superiore interessato.
4. Che mezzi di sintesi si usano, si devono rimuovere?
Presa la decisione chirurgica, anche qui dobbiamo fare delle scelte in base all’età e all’attività del paziente. Nei bambini e negli adolescenti, con ancora un basso grado di formazione ossea, è preferibile utilizzare una sintesi temporanea, ad esempio con un chiodo endomidollare. Nell’adulto o nello sportivo agonista, è preferibile ridurre e sintetizzare la frattura di clavicola con una placca in titanio e le relative viti. Questo tipo di sintesi permette di riallineare i frammenti e di stabilizzare la frattura permettendone la guarigione. Anche se non è scevra da rischi, come la mancata consolidazione a causa della riduzione dell’afflusso sanguigno in sede di frattura, dovuto all’insulto chirurgico.
I mezzi di sintesi, nella maggioranza dei casi, vanno rimossi una volta guarita radiograficamente e clinicamente la frattura. In rari casi, in accordo con il paziente, possono rimanere in sede.
5. Ritorno in bicicletta dopo intervento?
Dopo l’intervento chirurgico, è necessaria un’immobilizzazione del braccio di circa 3 settimane, per consentire una corretta guarigione primaria della frattura e la formazione di callo fibroso, prima ed osseo poi. Una mobilizzazione precoce può aumentare il rischio di mancata guarigione. Dopo le canoniche tre settimane, si può iniziare una mobilizzazione passiva, con il fisioterapista, per recuperare l’articolarità della spalla ed evitare il rischio di rigidità. Dopo 4-5 settimane si può iniziare la riabilitazione in piscina riabilitativa, con acqua a temperatura di 32-34°C. I movimenti attivi, fuori dall’acqua, sono consentiti dopo circa 6 settimane. Il ritorno, in bicicletta, o comunque all’attività sportiva, deve essere valutato caso per caso, in base al dolore, articolarità della spalla, iniziale guarigione della frattura, comunque non prima delle 8 settimane. Le forze di stress, soprattutto in bicicletta, sulla clavicola sono molto importanti.
6. A volte, a parità di trauma, si può avere una lussazione acromion-claveare. Come prognosi è migliore della frattura?
La clavicola, nella porzione laterale, è stabilizzata all’acromion tramite i legamenti acromion-clavicolari (una vera e propria articolazione) e stabilizzata al processo coracoideo della scapola tramite i legamento coraco-clavicolari (conoide e trapezoide). Quando avviene un trauma diretto in questa zona della spalla (nello sport da contatto o nelle cadute dirette sulla stessa), si possono rompere questi legamenti ed abbiamo la lussazione acromion-clavicolare. La prognosi, rispetto alla frattura della clavicola, è praticamente sovrapponibile.
7. Quanti tipi di lussazione ci sono?
La classificazione universalmente accettata è quella di Rockwood. Sono classificati 6 tipi diversi di lussazione, in crescendo da 1 a 6 in base alla gravità della stessa ed alla compromissione dei legamenti prima elencati. La lussazione acromion-clavicolare è più frequente nei traumi in bicicletta rispetto alla frattura di clavicola
8. Quale tipo di trattamento per la lussazione acromion-clavicolare?
Anche qui il trattamento si divide in conservativo e chirurgico. E’ necessario eseguire in acuto una radiografia in proiezioni standard, nella proiezione per l’acromion-clavicolare ed una radiografia comparativa di entrambe le spalle per stabilire il grado della lussazione, oltre ovviamente all’esame obiettivo specialistico. La Risonanza Magnetica e L’esame TC possono essere di aiuto in casi selezionati. Fatta la diagnosi, anche qui si discuterà con il paziente il tipo di trattamento da effettuare. Per il grado 1 e 2, il trattamento di scelta è conservativo. Per il grado 3, si può discutere tra trattamento conservativo e chirurgico. Dal grado 4 in poi, il trattamento è pressoché chirurgico. Il trattamento conservativo, va effettuato con immobilizzazione in tutore (Tipo Kenny-Howard) per 3-4 settimane, con una pressione pressoché costante del tutore che va a ridurre la clavicola e riallinearla con l’acromion. Il tutore non deve essere mai rimosso per le prime 2 settimane per consentire una chance di guarigione. Il trattamento chirurgico prevede diverse tipologie di stabilizzazione. Si va da quelle temporanee con fili di Kirschner, stabilizzazioni con viti, trasposizione legamentosa, sistemi di fissaggio a “carrucola” con o senza augmentation tendineo. L’immobilizzazione postoperatoria è mandatoria per 3 settimane. Poi il percorso riabilitativo segue sempre una mobilizzazione passiva con il fisioterapista e poi recupero attivo e passivo in acqua dopo 4-6 settimane. Il ritorno all’attività sportiva non può avvenire prima delle 8 settimane, compreso il ritorno in biciletta.
9. E’ più rapida la ripresa dalla frattura di clavicola o dalla lussazione acromion-clavicolare?
Ovviamente va fatto un distinguo da caso a caso. Con le evidenze di oggi, possiamo dire che la ripresa dell’attività fisica post intervento della frattura di clavicola e della lussazione acromion-clavicolare può essere sovrapponibile. A volte si può “rischiare” una ripresa precoce nelle frattura di clavicola con un’ottima sintesi rispetto alla stabilizzazione acromion-clavicolare.
10. Possono avvenire entrambe contemporaneamente?
Un trauma ad alta energia, come quello stradale, può portare ad avere contemporaneamente una frattura dell’estremo laterale di clavicola con rottura dei legamenti coraco-clavicolari, con conseguente lussazione del corpo della clavicola. In questo caso particolare, abbiamo la possibilità di un trattamento chirurgico unico con il sistema a carrucola che va a sostituire i legamenti coraco-clavicolari e riallineare i monconi di frattura, permettendone una corretta guarigione della frattura. I tempi di recupero non sarebbero comunque superiori ad una delle due lesioni prese singolarmente.
Dott. Maurizio Radi
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